Ezio-bosso

La cosa più bella delle esperienze indimenticabili è che vai con un’idea ma non puoi mai prevedere come sarà veramente. Ieri sera desideravo con tutto me stesso vedere Ezio Bosso suonare dal vivo ma alla fine mi sono arreso: ho tenuto gli occhi chiusi tutto il tempo.

Ho chiuso gli occhi perchè volevo assaporare tutta l’essenza della sua musica senza contaminarla con mille distrazioni. Ho chiuso gli occhi per godere di ogni singola nota e dimenticarmi del frastuono, per concedermi un attimo tutto per me, connettermi con la mia anima e poter volare con la fantasia. Ho chiuso gli occhi per prendermi una pausa da tutto: dal tempo che scorre e ci rende schiavi, dalle paure e dagli stress che ci tormentano, dai troppi dubbi che ci attanagliano e dai ruoli che interpretiamo, dai sogni infranti e dagli imprevisti della vita. Mi sono connesso con il presente e mi sono concesso un attimo di pausa. Una pausa, prima di tutto, da me stesso.

Quando ho riaperto gli occhi il concerto era quasi finito e sul palco c’era lui, trafelato e stanco, che accarezzava ancora divinamente il piano (“Il suo fratellone”) e sembrava non volesse fermarsi mai. Si agitava, lottava e si contorceva in una lotta musicale continua tra la sofferenza e la vita. Un uomo che a sua volta aveva trovato nella musica un modo per prendersi una pausa dalla sua compagna di vita, la malattia, dai limiti che comporta, dal baratro in cui prova a risucchiarti, da quella “stanza molto buia in cui sei solo con te stesso”.

Un uomo che suona talmente bene il piano che la sua stessa malattia per un attimo gli concede quella pausa tanto meritata. E’ sempre vicino a lui ma non sul palco, si accomoda in prima fila e in completo silenzio lo ascolta. Si mette comoda, lo lascia finire prima di tornare a trovarlo. E lui per un attimo è libero di essere se stesso e così si concede anche il lusso di prendersi gioco di lei strappandole un sorriso quando confida che “i suoi titoli sono in inglese solo perchè è più chic e in italiano farebbero schifo”, “Chopin era talmente sfigato che si era fidanzato con l’unica donna fumatrice dell’epoca. E lui era ammalato di tubercolosi” o quando confida che “ci ha messo una sera a scrivere una sua sonata, poi però ha impiegato quasi due anni a imparare a suonarla”.

E tu lo ascolti e la malattia non la vedi più.

In qualche modo quando suona, anche la malattia fa sorridere Ezio Bosso. O, più semplicemente, riesce a fargli a malapena il solletico.